BLOGIORNALISTA

Le parole che valgono

Giornaliste Cazzute [Succede anche ad Agrigento]

 

Perché hai scelto di fare la giornalista? C’è spazio ad Agrigento per le donne che desiderano fare informazione/comunicazione? Ecco uno stralcio delle domande che il Quotidiano La Sicilia – redazione provinciale di Agrigento – ha rivolto ad un gruppo rappresentativo di donne, inserite nel mondo del giornalismo. Se è vero che aumenta il valore della percentuale “rosa”nelle emittenti televisive, nella carta stampata e nel web, il rapporto donne-media non ha ancora raggiunto la parità con l’altro sesso. Un cambiamento in “rosa” è da alcuni anni evidente presso alcune emittenti agrigentine, dove alle donne sono stati assegnati ruoli chiave: dalla conduzione del tg, alla stesura di notizie e servizi di cronaca importanti. Anche nei giornali on line, le donne allungano il passo, abbattendo così il maggior numero di barriere.  Per quanto riguarda la carta stampata il numero di giornaliste donne è aumentato, ma non nei ruoli di responsabilità. La loro presenza garantisce una certa sensibilità nella trattazione di alcuni temi e nella relazione con gli interlocutori.  Forse c’è ancora diffidenza, forse la donna fa più fatica ad affermarsi, ma la collaborazione e la solidarietà femminile rappresentano, anche ad Agrigento, due valori in forte ascesa. Le donne possiedono quel valore aggiunto, tale da saper conciliare impegni di lavoro con quelli di natura privata e familiare. Per questa ragione abbiamo voluto coinvolgere attivamente le protagoniste dell’informazione agrigentina, esortandole a raccontare esperienze e vissuti personali, il loro profilo giornalistico, mettendo a nudo le difficoltà incontrate in un ambiente prevalentemente al maschile. Il famigerato tallone d’Achille è la discriminazione? Si, anche se la maggior parte delle intervistate non l’ha vissuta sulla propria pelle ed ammette che, in termini di pari opportunità, il giornalismo non è poi così differente dagli altri mestieri. Iniziamola nostra inchiesta con Sofia Di Nolfo, da poco conduttrice del Tg: “Sin da bambina sognavo di fare la giornalista. Mi impersonavo in quel ruolo, intervistando amici e parenti. Realizzavo un giornalino con i fogli dell’album da disegno e qualche volta mi divertivo anche a condurre il telegiornale.  Oggi gli spazi lavorativi sono limitati un po’ ovunque, sia per le donne sia per gli uomini – sottolinea Sofia – chi riesce a fare il lavoro che desidera, può considerarsi privilegiato. L’unico consiglio che potrei dispensare ad un giovane è quello di inseguire i propri sogni, con una certa applicazione nello studio. Bisogna mettersi in gioco, ed essere consapevoli  che non si finisce mai di imparare. E’ l’insegnamento – conclude Sofia Di Nolfo – che ho potuto apprendere da un giornalista di grande esperienza e professionalità, Stelio Zaccaria caporedattore de “La Sicilia” di Agrigento.”  Il nostro percorso prosegue con Chiara Mirotta, penna del quotidiano “La Sicilia”: “Passione, senso di giustizia e di dovere verso la collettività. Ecco le ragioni che mi hanno spinto ad intraprendere questo percorso. Fin da bambina nutrivo una forte voglia di comunicare utilizzando i mezzi a mia disposizione, raccontando sentimenti, eventi, situazioni.  Un buon giornalista dovrebbe funzionare da ponte, istituendo un collegamento tra i lettori e la città. Non si mette nero su bianco soltanto per descrivere un avvenimento, ma è importante rendere la comunicazione fruibile secondo i principi dell’obiettività e della trasparenza. Gli operatori che fanno informazione hanno il dovere di comunicare la verità. Sono convinta – aggiunge Chiara – che chi nutre una vera passione prima o poi riuscirà a trovare una sua collocazione anche in una piccola città come Agrigento. A Roma, alcuni docenti universitari sconsigliavano a noi studenti di avviarsi al giornalismo, prima di tutto per la saturazione dei posti di lavoro, per la difficoltà di affermarsi e non ultimo, per gli esigui compensi. Io oggi lo consiglierei solo a chi è disposto a stringere i denti nell’attesa di un salto di qualità, e non solo economico.  E’ fondamentale frequentare corsi di studio anche se, ho potuto costatare, che la formazione deriva dall’esperienza fatta direttamente sul campo – conclude Chiara Mirotta – .” Anche Chiara Mangione, ha scelto di fare la giornalista dividendosi oggi tra Tv e carta stampata. Ci racconta: “E’ stato il mio sogno sin da bambina, poi accantonato, avendo intrapreso gli studi di giurisprudenza per seguire le orme paterne e diventare un avvocato. Poi, un incontro casuale con un giornalista e da allora mi sono perfettamente inserita nel contesto giornalistico. Come in tutti i settori una donna si scontra con più difficoltà poiché deve conciliare il lavoro agli altri impegni (matrimonio, casa, gravidanza, figli). Da un punto di vista economico, il giornalismo non può considerarsi un mestiere e alla soddisfazione di dedicarsi a ciò che si è sempre voluto non corrisponde la gratificazione materiale. Nonostante sia un percorso pieno di insidie – rimarca Chiara – ad un giovane fortemente motivato consiglierei di fare il giornalista. Io sono un’autodidatta e in questo caso, oltre all’attitudine, conta molto lo spirito di osservazione.” Questa invece l’esperienza di Valentina Alaimo, caposaldo della redazione di AgrigentoTv nonché firma del nostro quotidiano: “Fin da piccola giocavo a intervistare usando la spazzola come microfono. Mi sono laureata in scienze politiche lavorando contemporaneamente per un’ emittente locale. E’ un sogno che si è avverato, nonostante sia rimasta qui ad Agrigento. Il giornalista è a tutti gli effetti un mestiere, anche se nel maggior numero dei casi si lavora in condizioni contrattuali precarie. Consiglio questa professione a coloro che sono pronti a tutto, dalla gavetta lunga, al rischio di doversi accontentare di poche centinaia di euro a fine mese, alle querele da parte di chi dissente da quanto sia stato detto o scritto. L’importante è coltivare la propria passione, lottare giornalmente per ciò in cui si crede.  Penso che frequentare una scuola di giornalismo – conclude Valentina Alaimo – sia la migliore soluzione, l’esempio più meritocratico poichè tutti vengono trattati allo stesso modo e tutti hanno le stesse possibilità nell’accesso agli stages.” Questo invece il racconto di Anna Maria Scicolone, giornalista professionista di Agrigento:  “Alle elementari aprivo il quotidiano “La Sicilia” per terra sognando di poter essere un giorno tra le firme di quel giornale. Ho avuto la fortuna di incontrare, dopo il liceo, il prof. Vadalà dell’Istituto Superiore di Giornalismo, che mi ha sostenuto nella realizzazione di questo sogno. Poi il diploma di specializzazione in giornalismo. Infine, la mia esperienza la devo al quotidiano “La Sicilia”, che mi ha accolto come una grande famiglia. E’ una professione che richiede molti sacrifici e rinunce, scarsamente retribuita e mal considerata. Personalmente non l’ho consigliata a mio figlio, che si è laureato in Economia e non la consiglierò a mia figlia, che quest’anno consegue la maturità.  L’ esperienza mi ha insegnato che l’approccio da autodidatta non è sufficiente. E’ necessario conoscere le regole, le tecniche giornalistiche ed avere una buona preparazione culturale. E’ vero anche che il diploma di una scuola di giornalismo non fa il giornalista.” Anche Fania Raneri, la cui esperienza inizia qualche anno addietro all’interno di una redazione televisiva, parla del giornalismo come una forte passione: “Fin da piccola ho sempre voluto raccontare ed informare. Ho cominciato a lavorare subito dopo la laurea rendendomi conto che il mondo del giornalismo è una strada in salita, che è possibile percorrere solo se si è armati di tanta buona volontà, perseveranza e abnegazione. In questo senso non credo ci sia differenza tra uomini e donne. E’ difficile affermare che il giornalismo sia un mestiere come tutti gli altri, perchè si lavora tanto ma si è sottopagati.  Per queste ragioni non consiglierei ad una studentessa di intraprendere questo percorso, ma le racconterei la mia esperienza per farle capire quanto sia difficile fare la giornalista. Per quanto riguarda la formazione credo necessaria la scuola di giornalismo, anche se è nelle redazioni, lavorando gomito a gomito con i più esperti, che si impara.” Infine ci racconta la sua esperienza di giornalista ad Agrigento Deborah Annolino: “Con il giornalismo è stato amore a prima vista, in occasione di una prova video per la conduzione di un telegiornale locale. Inizia così un cammino lento e graduale che in questi 10 anni, mi ha arricchito sul piano umano e professionale, regalandomi soddisfazioni, avanzi di carriera e fortunatamente poche delusioni. E’ una professione che consente di abbracciare storie, personalità, avvenimenti assai diversi e che ho avuto la fortuna di sperimentare e trattare attraverso più canali: la radio, l’emittente televisiva, il quotidiano cartaceo e quello on line. Se tornassi indietro, rifarei le medesime scelte – sottolinea -. A quanti mi dicano di voler tentare la strada del giornalismo, li esorto a non lasciarsi ammaliare dal fascino di un mestiere che offre prestigio e potere, ma che richiede impegno, sacrificio, professionalità, onestà intellettuale, rispetto delle regole deontologiche e grande umiltà. Per crescere, in questo mestiere, bisogna coltivare parallelamente teoria e pratica, trasferendo sul campo le nozioni apprese sui libri”. Infine aggiunge: “Ad Agrigento c’è spazio per le donne e diverse testate  lo dimostrano avendo formato una “squadra” al femminile. Tocca a noi donne traguardare l’obiettivo della tutela del pluralismo sociale, culturale e politico anche nel mondo della comunicazione – conclude Deborah Annolino -.”

Valentina Alaimo

Sofia Di Nolfo

Fania Raneri

Deborah Annolino

Chiara Mirotta

Chiara Mangione

Anna Maria Scicolone

29 dicembre 2011 Pubblicato da | Senza categoria | Lascia un commento

La presa più “Cul”…

Mi scuserete, se l’immagine in apertura vi apparirà volgare o non adeguata ad una penna femminile, ma in questo difficile momento storico e politico appare, mio malgrado, la più verosimile. Le scene e le scelte di chi ci governa costituiscono il paradosso, la comicità ed il 90% delle dichiarazioni rilasciate hanno il sapore di una recita o di una presa per i fondelli…se volete.

Ma per indignarsi non è necessario assistere ad una scazzottata tra parlamentari o alla soppressione di un programma libero come AnnoZero . Basta una casella di posta elettronica per rimanere travolti dal fiume di menzognere proposte, nel campo del business commerciale e lavorativo.  A chi non sarà capitato di leggere: “Stiamo cercando proprio te..”, “Ecco il lavoro che stavi aspettando”.. Si limitassero ad imbandir slogan illusori sarebbe come mangiar pane quotidiano, ma se a contorno della beffa ci impiattano il danno.. allora siamo alla frutta! Più avanti capirete….

Un passo indietro e soffermiamoci sul dilemma che tormenta un giovane non raccomandato: “Come cercare e trovare lavoro”. L’annuncio è stato da sempre protagonista:  prima sulle strade, sulle bacheche degli uffici e delle università, oggi su piattaforme virtuali come internet, dove la trasposizione dei contenuti nella realtà è un miracolo.  Chi non ha mai acceso un lumino ad internet e immaginato che prima o poi il suo curriculum sarebbe finito in giuste mani o che la candidatura all’annuncio X sarebbe andata in porto. 

E’ in questo mare di offerte che le speranze si infrangono e frettolosamente si ricompongono. Un ciclo senza fine. Troppe possibilità, troppi annunci per non conquistare e non essere conquistati da internet. Mi viene in mente il simpatico link su Facebook, laddove una fanciulla aspetta così a lungo il principe azzurro, che alla fine si trasforma in scheletro” (Erano infatti trascorsi decenni e decenni..)  Anche nel nostro caso, i tempi di attesa sono pressappoco gli stessi…!!!

Torniamo alle sorti di molti giovani, tra la morsa della disoccupazione e quella dei licenziamenti facili (come se già non lo fossero), ricetta anticrisi a cura dello Chef- Premier, su richiesta specifica dei commensali al governo europeo. Non sono mai stata una sostenitrice delle assunzioni facili, ma neanche del disfacimento di un soggetto, come fosse carta straccia. Che tristezza…
….ma torno a ridere, se penso che ad un colloquio di lavoro, l’oggetto del discorso passa celermente dai requisiti del candidato e dalle competenze richieste, all’investimento che bisogna garantire a monte di tutto e con tanto di firma. (presa per il…?)

Un modo “costruttivo” per dire addio ai risparmi, mentre ricomincia la scalata per nuovi  guadagni (non facili e non garantiti). Infatti nella categoria “giovani professionisti del terzo millennio” rientrano coloro che mettono in campo le proprie competenze , accrescono il livello dell’azienda, e poi, ma proprio poi, percepiscono la pagnotta.

“Se tutto va bene siamo rovinati”… dicevano in una commedia erotica all’italiana del 1983 diretta da Sergio Martino e lo ripetono anche adesso piccoli e grandi…

E così, mentre va arenando l’input motivazionale dei lavoratori, la formazione diventa l’unico appiglio per un probabile inserimento e pertanto “guadagno”. Nel frattempo aumenta l’alienazione, la disaffezione al lavoro, i dubbi, le insicurezze, ed in extremis i suicidi.  Ventenni e trentenni a caccia di esperienza e formazione, per l’ autonomia e l’indipendenza economica bisognerà attendere gli “anta”.

P.S.
Se ci pensate anche la formazione fa rima con la figura in apertura post.

28 ottobre 2011 Pubblicato da | Senza categoria | 1 commento

Aspirare il maschilismo? Si può con …”Donne in Azione”

In Sicilia serpeggia un “maschilismo” invisibile e indolore. Io invece lo tocco con mano e lo soffro. Uomini che nella vita di tutti i giorni tendono ad affermare la loro superiorità fisica e intellettuale sulla donna , subordinandola nelle occasioni pregnanti, nei luoghi di lavoro, sfilacciandone valore e capacità. Ma l’irritazione trasborda quando le prime complici di questo sistema, diventano le donne. Dolcemente complicate, così canta Fiorella Mannoia, ma anche stupidamente implicate, (aggiungerei io) quando la forza intellettuale è rimpiazzata dall’esaltazione a tutti i costi del corpo. Tutto ciò induce a credere che il potere delle donne non appartenga al suo cervello ma ad altri “tessuti” ! “Donne in Azione” è un’ organizzazione comunitaria fondata su Facebook per esplorare pianeti taciuti e nascosti, ma che sono quelli più meritevoli di approfondimento. Il gruppo intende misurare il grado di adesione e partecipazione delle donne. Rimango fiduciosa ma è ancora presto per tracciare un bilancio.

Questa iniziativa condotta in via sperimentale sul web, non si presenta a voi con la presunzione ne la convinzione che gli obiettivi preposti saranno di immediata o facile concretizzazione. Piuttosto che starmene a lottare in solitudine con i miei pensieri, preferisco sperimentare un’alleanza al femminile, consapevole di quell’identità complessa e viscerale, che non può e non deve  ridursi a straccio o banale icona della sessualità. “Donne In Azione” vuol diffondere un’altra femminilità, di qualità ispessita, arginando (l’incauta) tendenza a promozionare la propria silhouette su Facebook. Appena qualche click per imbattersi in una quattordicenne dichiaratamente provocante e provocatoria, o in una sagoma di donna matura esposta in vetrina (che bisogno c’è?). Per frenare o meglio graduare l’abitudine a scoprirsi, diamo vita ad un gruppo (virtuale ma non per questo inefficace) che focalizzi fortemente sull’intelletto, sulle capacità di pensare, costruire ed agire. Donne in Azione, si batte per rimuovere la concezione di donna come “macchina sessuale” ambulante. Quello delle donne è un mondo da riordinare e soprattutto da valorizzare con stile ed equilibrio. Non ci potrà essere cambiamento, senza un contributo fattivo e costante delle donne.

La mia scommessa, tramite “Donne In Azione”, è dar voce ad una comunità al femminile, incoraggiandola a pensare, ad intervenire nella società, tentando di aggregare il maggior numero di donne sui percorsi di una “rivalsa” ed emancipazione concrete ed intelligenti. Il profilo che mi auguro possa accrescersi nei prossimi mesi, anni, decenni è quello di un soggetto libero, culturalmente “impegnato”, indipendente, autonomo nelle sue scelte, custode di personalità e dignità. Possano le donne esprimersi con voce, adottare il principio dell’emancipazione vera, offendo nuovi impulsi al gruppo “Donne In Azione” ed alla quotidianità che ognuna di esse vive. Il secondo passo sarà il trasferimento di  “azioni” ed iniziative a sostegno del ruolo e valore delle donne nelle piazze. Intanto rilanciamo il mondo femminile nei meandri di questa agorà virtuale…il che non è semplice!

Buon lavoro

Deborah Annolino

22 giugno 2011 Pubblicato da | Senza categoria | 3 commenti

Dallo scatto al “riscatto” : La rivalsa di una fashion photographer

 

 

Cu nesci arrinesci”. Lo sa bene Samantha Capitano  che, da Montallegro (Agrigento) a Londra di strada ne ha dovuto fare. Determinata ed ambiziosa, decide di “ribellarsi” alla precarietà del suo lavoro di insegnante in Italia,  selezionando come alternativa l’estero, precisamente la capitale cosmopolita per eccellenza Londra, dove già vivevano la sorella ed il cognato inglese. Ai suoi occhi si schiude la nuova prospettiva del cambiamento, la possibilità di intraprendere un percorso professionale più qualificato e soddisfacente.  Nel frattempo, la metropoli multietnica le riaccende la più grande passione, quella per la fotografia, al punto che Samantha decide di iscriversi ad un corso professionale presso il London College of Communication. “Fu in questa occasione  che incontrai il mio attuale mentore  Martin Grahame-Dunn fotografo tra i più conosciuti in Europa – racconta Samantha Capitano-. A quel punto, col suo prezioso aiuto, misi su un portfolio con i lavori più belli, facendomi notare da due fotografi rinomati per i matrimoni e la ritrattistica Keith Appleby e Julia Boggio.  Per loro ho lavorato 3 anni in qualità di assistente e fotografa, ma nel 2007 mi sono sentita pronta ad avviare una compagnia tutta mia, specializzata in matrimoni, ritratti e pubblicità: il risultato è la “Samantha Capitano Photography”. – Qual era la tua idea? “Realizzare un tipo di fotografia contemporanea – ci risponde – ispirata al fashion e alle tendenze di moda, puntando su apparecchiature particolari come il broncolor o il videolight, abbastanza costose ma efficaci. Ero molto sicura del mio stile fotografico e l’incrementarsi della clientela, oggi fortunatamente  numerosa, ha confermato le mie aspettative”. – Nonostante i tuoi successi in Inghilterra, con la Sicilia ed i tuoi conterranei non hai mai tagliato i ponti. Proprio a Montallegro hai realizzato un evento espositivo che probabilmente tornerà a replicarsi. “ Si – sottolinea  -  lo scorso anno a Montallegro abbiamo allestito una mostra fotografica e multimediale, cui seguirà una nuova esposizione nel prossimo mese di agosto.  In Inghilterra mi trovo benissimo ma anche in Sicilia sto pensando di aprire un secondo studio. La compagnia “Samantha Capitano Photography” comprende oggi un assistente fisso che si occupa principalmente della post produzione e altri due assistenti fotografi. Mi occupo principalmente di matrimoni, ritratti e pubblicità ma anche di foto per studi di architettura”. I suoi lavori sono largamente apprezzati da professionisti e pubblicati su blog specializzati come  www.rocknrollbride.com e www.rockmywedding.co.uk e sulla rivista inglese “Perfect Wedding”. – Quali caratteristiche possiede il tuo stile fotografico? “E’ uno stile work in progress ma abbastanza definito, fondato sul reportage e sull’uso della luce naturale ma attinge anche dalla pittura per quanto riguarda la composizione cosiddetta ‘classica’. Oltre a questo, da diversi mesi sto lavorando ad un progetto, seguito da mia sorella, curatrice di mostre e blog, tra cui il sito www.londrabeautifulpeople.com. L’esperienza londinese mi ha offerto occasioni importanti di studio e di crescita, se tornassi indietro ripeterei tutto quanto”. La storia di Samantha Capitano ci porta a condividere il detto in premessa, e cioè che lontani dalla Sicilia, i progetti si ingrandiscono e le ambizioni possono realizzarsi. A quel punto il legame con la Trinacra non rimane che un intangibile bellissimo ricordo.

23 maggio 2011 Pubblicato da | Senza categoria | , , , , | Lascia un commento

Un troglodita al Pc …(e la chiamano evoluzione della specie)

 Pace e guerra, scandiscono da sempre l’assetto geo- politico, economico e sociale del mondo, frastornando un uomo il cui cervello fa già i conti con un dualismo senza fine: bene/male. Un’alternanza che lo pone ai confini della realtà umanitaria e soprattutto a stretto contatto con l’involuzione della specie. Ogni epoca riesuma storie di bombardamenti materiali e verbali tra popoli, a danno della diplomazia e risoluzione civile dei conflitti. Anche oggi capita facilmente di riconoscere negli occhi e nel pensiero di con-simili una percorrenza al contrario delle tappe evolutive cui è testimone (spesso indebitamente) la nostra specie. Di certo colpisce la raffigurazione, ad opera di letterati ma anche semplici registi teatrali, di una caratteristica, atavica e costante del genere “homo”: il rinnovamento di una stagnazione ovvero un cambiamento solo formale. Mi viene in mente la catalogazione “Lisci” e “Barbuti”, rivisitazione preistorica del regista Tony Cucchiara delle famiglie “Capuleti” e “Montecchi” dell’opera shakespeariana “Romeo e Giulietta”. Tra le buie atmosfere della preistoria, ecco apparire un soggetto cavernicolo, rimasto ieri come oggi, scollato dai processi di evoluzione. Quasi tutto è cambiato…dalla pietra grezza al mattone intonacato, dall’accensione rudimentale del fuoco alle apparecchiature più avanzate per generare calore, eppure la presentazione barbarica dei sentimenti non fa paio con l’evoluzione biologica e materiale di cui siamo portatori. La teoria dell’evoluzione della specie, riconducibile a Charles Darwin, si estranea a quanto la memoria registri in odor di guerra:  dalla rissa tra giovani pischelli all’attacco bellico vero e proprio, nulla è descrivibile come civile, elevato,retto. La bramosia di dominio o di potere non conosce barriere temporali: così ritorna in auge la mediocrità del cuore e la caducità dell’intelletto. Esseri dalla schiena eretta ma con un animo ricurvo sul male, scatenano tempeste di odio ed emergenze umanitarie, purtroppo senza fine.

21 marzo 2011 Pubblicato da | Senza categoria | 2 commenti

Politici(chef)e la ricetta tricolore…

 

E’ il banchetto dei 150 anni d’unità d’Italia. In cucina i sindaci di tutti gli schieramenti, impegnati nella composizione di una stupefacente ricetta che prenda per…. la gola noi commensali.  Aggiungiamo un pizzico di ironia ed un mestolo di verità, ed ecco servito il dolce delle persuasioni/illusioni (perfino ottiche).  Si festeggia una vecchina, di nome Italia, violentata nel suo essere e scippata dai suoi averi ed indovinate da chi!? Proprio da quelli che, oggi, vestono la divisa di impeccabili chef, mentre gongolanti, recitano con distacco i soliti auspici, quasi fossero gli spettatori di scene economiche, politiche e culturali che spazzano e calpestano i sentimenti della gente povera e semplice. Non condivido le polemiche quando le giudico sterili e puramente distruttive, ma che ne direste di partecipare alla festa dei 150 anni ed oltre, da commensali e uditori coscienti e realisti?  

Chiusa la parentesi del banchetto,  accendo la tv e mi imbatto in: pubblicità, programmi televisivi impegnati in un autentico lavaggio del cervello per costruire con la forza dell’insistenza ciò che ancora, oltre ai festeggiamenti non c’è.

Se l’Unità d’Italia ha modificato l’assetto ed il corso degli eventi in Italia, è pur vero che la stessa storia si limita a riempire i libri e ad essere rispolverata solo in anniversari come questi. In altre parole viviamo passivamente un’unità, che compenetra tanti significati mai pienamente attuati: compattezza, uguaglianza, fratellanza, accoglienza, sacrificio e solidarietà con l’altro. Ritengo che gli ingredienti della vera ricetta “Unità”, non quella impiattata dagli uomini del potere, siano lontani dal nostro raggio visivo, ristretto e ancora localistico. Mentre il Paese invoca il bisogno di “Risorgimento” fuori è in corso un “party” di lassismo epocale: cittadini, incapaci di lottare e graffiare, ma bravi ad accusare i governi di aver inabissato l’Italia in un mare di guai. Continuiamo a guardare…qualcosa forse, chissà, un giorno accadrà.

Ma ritorniamo a quell’esercito di candeline, che non meritiamo di spegnere. L’obiettivo è onorare la storia, guardare al passato per fare meglio nel futuro. Ma tra un inno e un messaggio guarnito di ciliegine, riflettiamo su quel muro che separa l’uno dall’altro. Nella vita, una moltitudine di volti attraversa il cuore e la mente di ognuno, incroci inattesi e facilmente labili ma che arricchiscono il nostro esserCi. La filosofia tramandata da Nelson Mandela, dove “ciascuno di noi è parte dell’altro” è quella che dovrebbe spingere a muoversi ed agire secondo un ottica diversa da quella  tendente all’individualismo ed egocentrismo. L’ accettazione dell’altro e della diversità, è il primo passo per poter restituire credibilità ad una festa, oggi pregnante, solo per le gesta del passato e non per i valori della patria per cui lottiamo “hic ed nunc”.

17 marzo 2011 Pubblicato da | Senza categoria | 1 commento

Quando il copione “abbraccia” lo spettatore

 

Intenso come un caldo abbraccio d’inverno, avvolgente come sole d’estate. E’ l’ amore che da un copione, fatto di segni neri e spazi bianchi, attraversa l’area del palcoscenico per avvolgere lo spettatore, celandone paure ed insicurezze. Potrebbe peccare di ipocrisia lo spettacolo “Girgenti amore mio” ma è vero, poichè tessuto di emozioni autentiche. Un monologo interpretato da Gianfranco Jannuzzo che colpisce per l’intensità di toni ed espressioni di un uomo emigrato, a 13 anni, ma forse solo fisicamente. Incredulo per l’enormità dei sentimenti resi, il pubblico avverte il bisogno di muovere la Sicilia, terra “immobile” nello sviluppo e di mobili speranze. Speranze che buttiamo via lontano, puntando quello scorcio di Mar Mediterraneo, custode di segreti e sogni irrivelabili. I giovani emigrano, ma nel loro cuore non si annullano le immagini, i ricordi dell’infanzia, che galleggiano per lungo tempo per poi diventare pietre (miliari) del loro esistere. Gianfranco Jannuzzo è figlio di una terra che non affonda ma accarezza, pur riconoscendone vizi e colpe . “Girgenti amore mio”, spettacolo per la regia di Pino Quartullo, emoziona il pubblico ma soprattutto lui, Jannuzzo, conoscitore di sentimenti contrastanti, di luci e ombre che si alternano, tra un sud pieno di fascino e di progresso mancato, ed un nord industriale che, meccanicamente apre le porte all’emigrante. Nello spettacolo, da qualche anno in tournee in Italia, Gianfranco Jannuzzo traccia uno spaccato della realtà siciliana di ieri e di oggi, iniettando abilmente ironia, malinconia, cultura, ma soprattutto una dose sconfinata di amore per un luogo che non è solo “coordinata geografica” , ma crocevia di emozioni: “Girgenti”. Le lacrime scendono silenziose e copiose quando Jannuzzo seduto su una piccola colonna di tufo confessa di “amare la Sicilia, come l’unica donna che può accendere l’esistenza di un uomo, la sola che sa capire ed ascoltare”. Attraverseremo tante città, strade, piazze di valore e storia inestimabile ma mai nessuna saprà emozionarci, riempire i vuoti e i dubbi di un’esistenza complessa. Lo spettacolo illustra molto verisimilmente il prototipo dell’agrigentino e del siciliano, radicato in una terra che sente sua e che non l’avrebbe mai voluta, se avesse saputo della sua beffarda sorte: quella di emigrare.

29 gennaio 2011 Pubblicato da | Senza categoria | 1 commento

Dove c’è “Pilu”… c’è cas(b)a

 

Se avessimo la capacità di cogliere i significati “dolorosi”, quell più profondi, celati al fronzolo o “pilu” propinato dal mass media e dal programma tv, sarebbe tutto più serio e severo . Ma l’uomo, per sua natura, tende a sdrammatizzare, porre il cervello in modalità off, circondarsi di situazioni, film, persone o personaggi leggeri, giocosi. Uno di questi è il sig. Cetto Laqualunque (l’attore Antonio Albanese): con il suo slogan anti deforestazione (“Più pilu pi tutti”) proietta gli spettatori dentro a un copione che fa ridere e (volere è potere) anche riflettere, pensando che l’ispirazione del regista è ampiamente tratta dalla società di cui io, voi (che state leggendo) e lui facciamo parte. In altre parole la politica è stata fortemente sessualizzata e scommetto che le follie, cinematograficamente proposte , non siano così distanti da inghippi e intrallazzi, consumati occultamente,  da chi ci governa. Nella realtà come nel piccolo e grande schermo, serpeggia malizia godereccia, mentre il sesso come un mantello sconfinato avvolge pilastri culturali, intellettuali e soprattutto della politica. Quest’ultima tra puttanata e scontri a caccia di notorietà, ha fallito e Laqualunque ci racconta una verità (forse estrema) che brucia e piace (poiché reale) allo stesso tempo. I suoi ragionamenti sono simili a quelli prodotti dalla mente di questa società, gli appelli identici (se non nelle parole, nei fatti)  a quelli pubblicizzati da ombre politiche. Loro non combattono per gli eroi (il popolo costretto a sopportare, inghiottire) ma per le loro eroine (omettiamo l’organo del baratto), e non fanno una “beata m….” (espressione salottiera tratta dall’ultimo film di Albanese) per guarire anime spezzate e sparpagliate. Il sig. Laqualunque, ha un sogno che si nutre di donne carnose e carnivore. Che peccato… osservare una figura femminile osannata per la povertà etica ed intellettuale. Ma stavolta chiudo un occhio, è solo una pellicola, mentre la bocca si abbandona a sorrisi ampi, da sciocca consapevole. Il “pilu” (si sa) solletica le fantasie e scatena la risata, mentre il qualunquismo si impossessa di noi, di ogni centimentro del nostro corpo.

14 gennaio 2011 Pubblicato da | Senza categoria | 2 commenti

Il problema è sintonizzarsi…

Apparentemente è un giorno come tanti altri. La luce del sole filtra attraverso i grandi vetri del salone di casa mia, il computer reagisce alle battenti ditate sulla tastiera, il gatto ha defecato fuori dalla lettiera, suscitando le ire di mia madre….la musica ripropone una rassegna di momenti nostalgici, di passione sconfinata per la bellezza di cui mi sento circondata, ma che non mi trafigge. I piacevoli tormenti, non danno tregua: lo specchio mi mostra ciò che sono, oggetti a me cari sono il ricordo di sacrificate conquiste, ma sono alla ricerca qualcosa che non ho, di qualcuno che non so. Mi siedo, mi alzo, canto e poi mi ammutolisco, sono dentro alla vigilia di un nuovo anno che potrebbe cambiare il corso della mia vita e ciò mi inquieta…. o potrebbe lasciarlo invariato, il che mi rende particolarmente perplessa. Sono sicura che anche la vostra giornata stia mostrandovi i ritmi ed i contenuti di una rassicurante quotidianità, ma oggi, ultimo dell’anno una moltitudine di anime (dietro ai Pc) tremano e provano a consolarsi, perché inizia una nuova sfida con se stessi e con il feroce mostro che è il mondo. E mentre ci prepariamo ad accogliere ciò che non ci attendiamo, la mia tela (accostamenti cromatici con un illogico senso) è ormai conclusa; è appesa, visibile a tutti ma in profondità solo a taluni. Il risultato, qualunque esso sia, mi ha reso ancora autrice di questa esistenza. Adesso stacco ….o meglio provo a sintonizzare cuore , anima e cervello sulle frequenze dell’ottimismo, voglio investire sull’abbattimento delle mie contraddizioni! E con un brivido lungo il tempo di un brindisi mi congedo da questo avido 2010 che non intendo strizzare per fare bilanci matematici. Guardiamo con più serietà e severità al 2011, alla formazione di uomini capaci e liberi di scegliere, parlare e confrontarsi. Diamo sfogo alle folli e amorevoli idee che accarezzeno l’anima, giù la maschera e su con la vita!

Auguri di un salutare e sereno 2010 a voi lettori

31 dicembre 2010 Pubblicato da | Senza categoria | 1 commento

Come può uno scoglio arginare il mare….

 

 L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma è più credibile oggi dire “sulla ricerca di un’occupazione”. Il primo articolo della Costituzione italiana andrebbe “formattato”, contestualizzato alle non- scelte di un governo che sottovaluta le piaghe delle politiche giovanili e del lavoro. Mi viene in mente lo spot televisivo, che raccomandava l’ ottimismo -profumo della vita – ma il senso critico mi spinge a dire che inebriarsi di positività, oscurando i punti deboli e le minacce, equivale a rinchiudersi dentro al mondo dei sogni e delle illusioni. Limitarsi alla dimensione onirica dei progetti, in attesa che un giorno si concretizzino è come vivere in apnea, sperando un giorno di risalire in superficie e riallacciare i rapporti col mondo. Chi di speranza vive, disperato muore”: gridiamolo a studenti e lavoratori sognatori, a quanti si abbandonano all’attesa, alla non azione, mentre gli anni ed il silenzio inghiottono i loro corpi e le loro menti.  Imbevo queste riflessioni di pessimismo, senza con ciò, voler trasmettere rassegnazione e accettazione passiva di un sistema “bloccato” e marcio. Il male è la precarietà e sorprende per la sua capacità di frantumare certezze, oltre alla dignità professionale ed umana. Il male è per chi non gode di raccomandazioni e preferisce costruire un cammino d’umiltà, lontano da un vuoto egocentrismo e da ammalianti sirene che richiamano l’udito onesto.  Gli umili navigano guidati da una bussola di valori incomprensibili ai potenti, mentre le correnti li spingono in direzione dei frangiflutti che in quel mare di potere si sono radicati. E’ la solidità – premio per quanti alla politica hanno dedicato tempo, denaro e “voti” e poco importa se lo scrigno dei valori autentici sia precipitato in fondo agli abissi. In Italia, il lavoro scarseggia ed i posti, ancora disponibili, sono riservati per chi sposa le logiche clientelari. Quanti premesse ingiuste e quanti fiumi di promesse scorrono giornalmente sotto i nostri occhi! Eppure la domanda “Cosa vuoi fare da grande” rimane tra le più ricorrenti. “Il cosa fare” e “il quando si diventa grandi” sono le falle di questo interrogativo, specie se il paese di riferimento è l’ Italia. Se è logico pensare che forti aspirazioni e passioni di un giovane sfoceranno in una determinata professione, è altrettanto nota la penuria di offerte e l’incapacità di collocare il nostro saper fare. A questo punto bisognerebbe accettare la stipula di  compromessi con se stessi e con il mondo? No, personalmente lo trovo anti umano. Il secondo problema è tutto dentro al concetto di “adulto”. In Italia il tetto familiare non si abbandona fino ai 30-35 anni d’età, poiché l’autonomia economica (quando arriva, arriva molto tardi) è alla base della fuoriuscita di casa del “bamboccione”. E fin quando il governo italiano non offrirà un aumento occupazionale, la soglia adultomorfica sarà destinata ad allungarsi. Mi avvio alla conclusione di questo ragionamento, proiettandomi verso gli orizzonti europei, puntellati da un pubblico giovane e pronto ad affrontare le sfide della globalizzazione, linguistica, economica, sociale e soprattutto culturale. Promette bene quel continente di nome “Europa”, un tempo lontano oggi assai vicino, foriero di opportunità per menti ambiziose e stanche di un appiattimento professionale ed una voragine di precarietà.

14 novembre 2010 Pubblicato da | Senza categoria | 2 commenti

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