Una pellicola tutta moderna….

Carenza di fondi, accessi sbarrati, assenza di opportunità lavorative, costringono alla fuga, verso città italiane più produttive, centinaia di giovani agrigentini. Il nord, a misura delle più moderne esigenze, rappresenta ancora la speranza ed assieme il riscatto occupazionale dei giovani d’oggi. Troppo pochi i progetti intrapresi dalle amministrazioni locali per invogliare diplomati o laureati a rimanere ed investire su questa arretrata cittadina del sud. L’intervento più significativo risulta quello finanziato dall’Accordo di Programma Quadro denominato “Giovani protagonisti del se e del territorio” teso ad un coinvolgimento indiscriminato di studenti e giovani disoccupati. Chi ha in serbo un’idea innovativa o il desiderio di intraprendere un’attività, potrà presentare domanda e richiedere un contributo fino a 20 mila euro per sostenere i costi progettuali. Le istanze dovranno presentarsi entro il 18 ottobre prossimo. Un’opportunità che il rappresentante agrigentino dell’Udc Pietro Vitellaro riconosce imperdibile e di sostanziale promozione imprenditoriale. Un primo tentativo per arginare la fuga dei cervelli e mettere un freno all’emigrazione giovanile. Intanto l’AQP ha finanziato 4.000.000 di euro per l’azione 7 per promuovere l’accesso al lavoro e l’imprenditorialità giovanile Stage/Project work – Sviluppo idee innovative. Potranno proporsi giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni. L’importo massimo concedibile sarà di 12 mila euro nel caso di proposte progettuali individuali; non superiore ai 20 mila se si tratta di gruppi di giovani. Riuscirà questo bando a non essere intaccato dal solito sistema di raccomandazioni e favoritismi? A chiederselo sono giovani intelligenze del luogo. <Le nostre amministrazioni – dichiara l’artista Filippo Schillaci – non sono in grado di gestire i fondi e le opportunità che arrivano dall’Unione Europea. Le nostre passioni e le nostre idee rimangono abbandonate >. Giuseppe Fanara, aspirante commissario di polizia, non usufruirà per volontà sua del progetto ma lo giudica uno strumento potenzialmente importante per la possibilità di esprimere se stessi ed offrire un contributo allo sviluppo di questa terra. <L’iniziativa è senza dubbio interessante e lodevole – dice Concetta Vetro da poco alla direzione di una società -. Purtroppo nella realtà in cui viviamo è difficile promuovere un ventaglio di opportunità democratiche. I giovani sono la linfa della società ma non al sud, dove avanzano sempre i “soliti”>.
Le donne agrigentine in politica? Datemi un binocolo..

Sono un miraggio le donne nei palazzi del potere ed una minoranza negli organismi rappresentativi. Questo il quadro femminile nella politica agrigentina, monopolio maschile ovunque la si valuti. Cominciamo dal caso estremo rappresentato dalla Provincia, dove tra le squadre di consiglieri e assessori non c’è una sola donna. Se molti Organi rilanciano l’idea del direttivo misto, il risultato finale non combacia mai con il concetto di parità fra i due sessi. Una piccola “quota” rosa figura nell’amministrazione comunale, con i suoi tre assessori donne: Rosalda Passarello alle politiche ambientali, Antonietta Mirabile alle relazioni con il pubblico ed Enza Ierna a capo della pubblica istruzione. La percentuale continua a rimaner bassa in seno al Consiglio comunale, dove su 30 consiglieri soltanto 4 nominativi femminili sono in carica: Angela Galvano, Elisa Virone, Carmela Vaiana e Maria Pia Vita, quest ultima assessore dell’amministrazione precedente. Direttivo quasi interamente al maschile negli Ordini professionali, recentemente rinnovati, degli Ingegneri e degli Architetti, guidati da Enzo Di Rosa e Rino La Mendola. Netta prevalenza di uomini anche alla Camera di Commercio, dove su 29 consiglieri camerali c’è solo una donna. <Non è una scelta mia – tiene a precisare il presidente dell’ente camerale Vittorio Messina – visto che il Consiglio è l’espressione di ogni singola associazione di categoria. La presenza delle donne è ridotta ma non perché manchino le imprenditrici, piuttosto – prosegue – per il duplice e complesso ruolo di madre e moglie svolto dalle donne. Una parziale giustificazione o meglio un attenuante potrebbe essere la maggiore disponibilità negli uomini nel partecipare ad incontri e riunioni programmate in orari post lavorativi, poco compatibili con gli impegni casalinghi delle donne. Proprio per valorizzare la categoria il sistema camerale ha promosso un progetto sull’imprenditoria femminile, con la consapevolezza che questo sia solo l’inizio di un percorso e l’auspicio – conclude –verso un aumento delle presenze femminili>. Un tuffo nel passato ci riporta ad altrettante amministrazioni agrigentine al maschile. Come fa notale la sindacalista Mariella Lo Bello, l’unico sindaco donna da sempre è Maria Grazia Brandara a capo del Comune di Naro. Più volti femminili sono comparsi negli ultimi anni ai vertici delle organizzazioni. Per esempio Confindustria ha affidato la vicepresidenza provinciale a Piera Graceffa, mentre due donne sono al timone dei sindacati, Linda Bellia per la Uil e Mariella Lo Bello per la Cgil. Fresca della nomina, è Roberta Tuttolomondo ex assessore al Comune di Agrigento, eletta domenica scorsa presidente della Cna. Si tratta della prima donna nella storia dell’artigianato provinciale. Un piccolo traguardo, che riscatta il coraggio e le capacità delle donne. Un’ incontrastata prevalenza femminile rimane nelle dirigenze scolastiche, specie quella degli ordini inferiori. <Le donne non riescono ad entrare nel mondo della politica perché quest ultima ne blocca l’accesso – commenta il segretario provinciale della Cgil Mariella Lo Bello -. Più facilmente riescono ad addentrarsi nel mondo dei sindacati, dell’associazionismo e di quello cooperativistico>. – Secondo lei quale potrebbe essere la soluzione? <C’è bisogno di una legge che realmente vincoli gli statuti degli enti governativi – risponde la Lo Bello – anche se la politica, soprattutto quella agrigentina, rifiuta le donne e ciò perché stravolgerebbero un sistema maschile tipicamente clientelare impostato su reti di complicità e non di solidarietà>.
Parole: sempre più “caramelle” e meno pillole (“pedagogiche”)

Sconosco la realtà “convegnistica” delle altre città italiane , ma Agrigento è un fiume in piena di iniziative, eventi e congressi. In questo mare magnum di parole e soldi spesi è possibile imbattersi in occasioni formative e di confronto che baypassino lo sterile protagonismo, aprendo riflessioni pedagogiche. Cogliendo la compatibilità dei contenuti rispetto ai miei interessi, all’indirizzo universitario prescelto, non ho voluto perdere la “prima giornata dell’informazione”, che ha interpellato rappresentanti del mondo culturale, didattico, politico e dell’informazione. In particolare mi ha incuriosito il rapporto dei new media rispetto al mondo della scuola ed la loro incidenza su programmi, obiettivi e strategie preposte da ciascuna istituzione scolastica . Se i libri hanno perso la primogenitura di fonti del sapere, non sono destinati a scomparire ed essere soppiantati dai cosiddetti “E-Book”. Il ruolo del cartaceo nell’era della multimedialità, non perde la propria pregnanza, riaggiornata nelle modalità di comunicazione e partecipazione. Nell’era della convergenza multimediale (parola chiave dell’ esame cui mi accingo a sostenere) si assiste ad una mescolanza di vecchi e nuovi media, senza che gli uni o gli altri risultino intaccati nella loro validità . Esempi di narrazione transmediale quale “The Matrix” dove i contenuti vengono declinati a vari formati (dalla tv al cinema, dai video games ai libri e via discorrendo) dimostranolo sposalizio e la complementarietà di canali differenziati, capaci di richiamare pubblici diversi, accomunati dal terreno contenutistico. Tornando alla “giornata dell’informazione” , l’invasione dei mass media ci spinge ad un’analisi del prodotto qualitativo fornitoci dalla Tv. L’inevitabile accusa pende sulla televisione, sempre più dell’intrattenimento e dello show, sempre meno dell’informazione che conta. Più precisamente il giornalista Giovanni Taglialavoro ( autore Rai ) riferendosi agli standard qualitativi più diffusi in occasione dell’incontro lancia il seguente interrogativo all’uditorio: “Paradossalmente la tv genera modelli autentici, mentre la vita reale un”apparenza nella quale ci si sforza di vivere. E’ l’effetto diabolico di un nemico che avanza?” . Da qui l’impegno per le agenzie formative di intraprendere la strada di un “alfabetismo mediatico” che insegni ai ragazzi la capacità di discernere il vero dal falso, il semplice dal ridondante, e a non cadere nelle trappole illusorie proposte giornalmente dal piccolo schermo. “Ed ancora – afferma Taglialavoro – è fondamentale una capacità di destrutturare il linguaggio, cogliendo in anticipo agguati manipolatori “. Altro aspetto dominante dell’incontro ha riguardato la rimodulazione del rapporto tra media e sistemi dell’apprendimento. Se la scuola non perde la funzione valoriale e di trasmissione dei saperi, che da sempre la contraddistingue, essa è altresì chiamata ad aggiornarsi sulle innovazione tecnologiche, offrendo modelli educativi al passo coi tempi. Fa bene Annamaria Sermeghi -dirigente scolastico di un istituto agrigentino ad affermare : “La scuola non può inculcare modelli di imitazione, emulazione ma processi di elaborazione critica, presa di coscienza e responsabilità coniugando la tradizione dei saperi con l’innovazione, mantenendo inalterata la centralità dell’uomo, del cittadino”.
Blog-iamoci!

Il blog: l'ultimo pensiero prima di addormentarsi
L’entrata in scena di nuovi strumenti legati alla rete quale il blog provocano un cambiamento del concetto tradizionale di “giornalismo”. Quella appetibile vetrina di contenuti da poter veicolare in un batti baleno, spinge l’opinione pubblica europea a chiedersi se i blog siano una minaccia rispetto alla stessa professione. Premesso che il blog sia una forma comunicativa indissolubilmente legata al web, ritengo utile fare riferimento alle teorie di Mark Deuze, professore di giornalismo presso l’università “New Media” di Leiden. Molti degli studi riguardanti i nuovi media partono dall’implicito assunto che il futuro del giornalismo continuerà ad essere determinato dal monopolio della narrazione da parte dei giornalisti per il pubblico. Deuza invece sostiene che il futuro del giornalismo sta nel rovesciamento di questo paradigma, attraverso un giornalista “info-mediatore” incaricato di fornire ai cittadini gli strumenti necessari per produrre narrazioni partecipatorie. Un primo passo verso tale modello di giornalismo potrebbe stare nel concetto di “giornalismo di monitoraggio”: poiché il giornalista vero è colui che ha la capacità di “tastare il polso” alla società, e non solamente quella di fornire contenuti generici Si potrebbe immaginare un sito di informazione come una piattaforma che permetta ai cittadini di esprimere le loro opinioni e di porre domande sulle questioni che più li interessano e nel quale i giornalisti rispondano alle domande del loro pubblico. Un’ulteriore evoluzione in questo senso potrebbe poi essere il “giornalismo dialogico”, nel quale i contenuti informativi sarebbero completamente frutto dell’interazione tra giornalisti e cittadini. Ad ogni modo, nell’ottica di un’ editoria sempre multimediale ritengo indispensabile il mantenimento e la diffusione tra gli utenti, giornalisti e no, di tali “diari informativi”. La cautela e la moderazione con le quali adottare i contenuti sono indiscusse; ma ciò non stupisca più del dovuto, visto che il web, incameratore incontrollato di notizie e dati, andrebbe puntualmente sottoposto ad un filtraggio costante.
Youtube: ognuno “carica” se stesso

Nell’era della convergenza e dell’intelligenza collettiva, YOUTUBE gioca un ruolo chiave . L’uso di questa piattaforma, come quella di “Second Life” (argomento già trattato), è in continua espansione e rende protagonisti quanti ne abbiano voglia, competenti e non. Prendendo spunto dall’appendice del volume “La cultura Convergente” dedicato alle nove tesi per una teoria culturale di YOUTUBE, ritengo opportuno esporre una sintesi ma soprattutto alcune considerazioni, strettamente collegate al “broadcasting yourself”, cominciando dalla disponibilità in esso contenuta di accrescere le culture partecipative. Al tempo stesso l’ eterogeneità di culture nel mondo ha stimolato un uso diversificato di piattaforme come “YOUTUBE”: strumento di espressione personale, mezzo con cui divertirsi, diffondere e condividere i propri contenuti. E proprio attraverso questo sito web i clip ottengono una visibilità maggiore di quella che avrebbero attraverso i classici canali di comunicazione. La forza di “YOUTUBE” è anche la connessione e l’intreccio con altri siti del social networking. Ma la cultura partecipativa non è sempre progressista. Basti ricordare episodi di bullismo, aggressioni verbali o fisiche, risse e più in generale modelli diseducativi che senza filtri vengono diffusi in tutto il mondo e tra gli utenti di tutte le età. Il rischio è quello di compromettere equilibri psichici e stimolare l’emulazione negativa nei giovani. Un’altra reazione nasce dall’affermazione di Theodore Sturgeon a proposito dei livelli qualitativi prodotti dalla cultura generativa :”IL NOVANTA PER CENTO DI QUALSIASI COSA E’ SPAZZATURA”. Premettendo che niente possa venir generalizzato, occorre sottolineare che indipendentemente dai prodotti e dei valori emersi dalla cultura generativa, ciò che va pienamente sostenuto ed incentivato è il processo tramite cui gli stessi prodotti vengono originati. In altre parole c’è un valore intrinseco nella creazione del tutto indipendentemente dal valore che attribuiamo al frutto dello stesso atto creativo. A dirla tutta, l’innovazione emerge più spiccatamente a livello del “grassroots” piuttosto che nei classici media, alcuni dei quali ancorati all’unilateralità del messaggio. Mi trovo concorde quando nel libro di Henry Jenkins si dice che “la cattiva arte ispira risposte che spingono la cultura al miglioramento, nel corso del tempo”. Se all’inizio una creazione può risultare grossolana od imperfetta, nel corso degli interventi e delle riprese, il risultato può essere trasformato nella migliore versione. E poi chi può affermare cosa sia buono e cosa cattivo, a maggior ragione se la fase è quella della sperimentazione ed evolutiva. Ad ogni modo ciò che viene prodotto e poi caricato su YOUTUBE, non deve cogliersi passivamente, nè consentire di abbassare i nostri standard. La differenza espressiva arricchisce il panorama delle conoscenze, sebbene non rientrino nelle categorie estetiche attuali.
Un’intervista significativa sul fenomeno YOUTUBE, un resoconto di vantaggi e limiti, è quella di Alberto Marinelli, docente all’università ”La Sapienza” di Roma. Leggi tutto
Second life: pianeta “illuminante”

Prendo spunto dall’ultima lezione del Prof. Virgilio Sala, per approfondire la questione del concedersi una seconda vita “on line”, con il rischio di estraniarsi da quella reale. Il gioco “Second life” (molti di voi ne avranno sentito parlare) offre uno spazio in un certo senso “illuminante” sul piano dell’inventiva e della creatività, ma soprattutto una dimensione che accoglie speranze, aspettative, panico e paure della vita di tutti i giorni. In questo scenario virtuale tutto è possibile, ammissibile. Otto milioni di utenti nel mondo ne fanno un uso prolungato e diffusamente giornaliero, per varie ragioni: amplificare le proprie emozioni, vivere da protagonisti almeno nella irrealtà, soddisfare quei bisogni e desideri che nella vita reale sono costretti a tacere. In un momento storico di disgregazione sociale, valoriale, di disorientamento rispetto ad un mercato economico e lavorativo a sua volta frammentato e frammentario, il bisogno di trasferirsi su un pianeta “indolore” mi sembra legittimo. Ma se per molti rimane solo un gioco, altri lo vivono come una vera e propria vita parallela se non addirittura un vero e proprio lavoro, più remunerativo di quello reale. In Second life la fantasia e l’immaginazione possono sprigionarsi senza limiti, originando prodotti e traguardi non sempre raggiungibili nella vita reale. Il gioco si fa duro quando richiede la capacità di superare i momenti critici e di compiere delle scelte. Qui una riflessione: sceglie chi, attivamente e consapevolmente, non permette siano le stesse scelte ad inglobarlo. La scelta, qualunque sia, reca da un lato vantaggi dall’altro situazioni meno piacevoli. Rispetto alla mia decisione, di non frequentare l’università, assisto da lontano a momenti formativi/educativi che giornalmente hanno luogo, consapevole che la mia sfida (Costruire da sola questo percorso biennale ) non sarà scoraggiata da niente e nessuno. Vorrei collegarmi ad un’altra questione, lasciata aperta negli appunti, ma meritevole di una riflessione: la formazione a distanza. Una frontiera che attraverso il sostegno delle nuove tecnologie diventa oggi largamente possibile. La formazione passa attraverso gli aspetti fondamentali dell’ interazione, del dialogo, della condivisione, avvalendosi prima del linguaggio binario (1 e 0) ed oggi del 2.0 web, che “trasforma network di macchine in network di persone” . Viva il web della compartecipazione! Ma c’è un “quid” incolmabile ed è la presenza fisica, lo scambio di sguardi, la percezione del tono di voce, la postura, insomma tutti quegli elementi del linguaggio verbale e non verbale che in un qualsiasi occasione relazionale ci fanno sentire ancora umani.
Oltre le pagine …i propri significati

Quando il significato di un libro è rappresentato unicamente dall’avvicendamento di quelle pagine e dei loro rispettivi segni d’inchiostro, l’autore non raggiunge lo scopo più alto ovvero l’accensione in chi lo legge, di una luce nuova, una metariflessione/prospettiva, che superi il significato prettamente lessicale. Riflessività e criticità per esempio, sono le due prospettive “non esplicitate” , ma implicitamente indotte in quanti abbiano la possibilità di leggere “Convergenza multimediale “. Henry Jenkins autore del suddetto saggio (tra i più importanti della cultura pop degli ultimi decenni), oltre ad offrire una scrittura chiara ed un quadro completo di media e tecnologie del terzo millennio, spinge il fruitore ad un’analisi post-lettura ed una riflessione su quante e quanti trasformazioni il fenomeno noto come “convergenza multimediale” abbia procurato nella professione del giornalismo. Dal canto suo Michael Crichton in un articolo nel 1993 ipotizzava, che nell’arco di dieci anni i vecchi media, cosiddetti “mediasauri” si sarebbero estinti, sotto l’incalzare della rivoluzione del digitale. Le forme tradizionali del giornalismo e del fare informazione non potevano che essere travolti dal destino “on line”. Il giornalista del presente ed ancor più del futuro si avvia a diventare un professionista della multimedialità. Un giornalista che potremmo definire cross – mediale, non più competente di un singolo medium, ma esploratore di un linguaggio multimediale, acquisendo le regole e la sintassi audiovisive. Se nell’era analogica il giornalista aveva soprattutto il compito di rintracciare le notizie, garantendo ai propri lettori l’autenticità delle fonti, in quella digitale le funzioni rimangono invariate, con l’unica differenza che gli strumenti ed i canali, per costruire e pubblicare una notizia, si sono moltiplicati e continueranno a crescere. Nuove tecnologie di rete sono infatti alla base di nuove forme di giornalismo, tra cui quelle amatoriali. Esempio più eclatante è costituito dai blog, forma di espressione “convergente” di tutto e tutti. Il progetto consegnatoci dal prof. Virgilio Sala, nell’ambito dell’insegnamento editoria multimediale, mira ad attivare processi metodologici nuovi, basati da un lato sulle competenze personali dall’altro sul principio della condivisione e dell’esplorazione, temi assai cari alla questione della convergenza multimediale.
Manituana…avventura senza fine

Ho finito di leggere “Manituana” , suggerito all’interno di questo corso. Esprimere un giudizio personale sul contenuto o esposizione sarebbe a mio dire riduttivo. Trovo più soddisfacente fare un ragionamento più ampio che sia collegato al progetto multimediale “Manituana”. La premessa di questo mio intervento è che non amo il genere d’avventura. Anche al cinema rifuggo da questa tipologia di racconto; non riesco ad appassionarmi ad un “fiume torrenziale” e spesso sovrapposto di immagini, o in questo caso di parole. Preferisco la linearità del racconto e sintatticamente, periodi più lunghi. Detto ciò trovo interessante l’idea del sito web e quindi il progetto di multimedialità che implementa pagine statiche. Se dovessi paragonare Manituana ad un’immagine, utilizzerei quella di una sorgente, poiché con una descrizione chiarissima, nonostante difficoltà insorgano nel corso della lettura, tocchiamo quasi con mano paesaggi, situazioni e personaggi raccontati. Ciò che mi ha particolarmente colpito è la varietà di quanto descritto, pervaso dallo spirito di libertà degli indiani, in cui rivedo la mia esistenza. Manituana è ambientato nel 1776, anno in cui la libertà trionfa sulla tirannia, in cui la persona ottiene il riconoscimento di alcuni imprescindibili diritti. Ma ieri come oggi la conquista si tramuta spesso in illusione. In molti paesi, la libertà non è un obiettivo raggiunto né facilmente raggiungibile. Lo scoppio delle guerre, è quasi un ritornello che continua a compromettere l’integrità del mondo e dei rapporti pacifici tra le genti. Manituana con un andamento avvincente, descrive, forse in modo eccessivamente capillare, i suoi personaggi resi compatibili al contesto storico in cui vengono calati. Al di la del gusto personale, è un libro sul cambiamento, sull’evoluzione di un’era, sui sentimenti positivi e sulle brutture dell’uomo. Per questo supero il semplice giudizio, abbracciando quella ricerca, da parte del collettivo di scrittori, di una strada originale e mai scontata, dove le soluzioni proposte non appaiono necessariamente giuste. Leggendo i vostri commenti ma soprattutto quelli sparpagliati in rete, mi sono accorta di quanta contraddizione abbia seminato questo libro. Certo va detto, come la scorrevolezza del testo venga inficiata spesso dalla presenza di nomi propri e geografici astrusi, difficile da capire e ancor più da ricordare. Ma è un romanzo da leggere con attenzione, non un normale e prevedibile libro di avventure. Per una crescita personale, ritengo sia giusto leggere questa opera, sperimentando tipologia di scrittura e di racconto innovativi, provando la sensazione dello smarrimento per poi ritrovarsi in un sentiero il più delle volte sconosciuto.
Incrociamo le dita ma non le braccia…

Questa mattina per la prima volta ho partecipato ad una riunione fra colleghi giornalisti. Ma l’aspetto più significativo non è certo “la mia prima volta” (quella prima o poi arriva) piuttosto la dose di consapevolezza accumulata negli anni di esperienza, servita a filtrare ed interiorizzare analisi, riflessioni e e suggerimenti elargiti dai veterani della professione, fascinosa ma non per tutti. Si tratta di un mestiere particolarmente complesso, spesso invece esercitato con pressapochismo e superficialità. Se avessi fatto parte di questo uditorio un paio di anni fa avrei pensato ad un’inutile levata mattutina (considerato che oggi è domenica). Invece mi ritrovo a far tesoro di quanto le mie orecchie ed il mio cuore abbiano sentito. E concordo con l’esigenza di prendere per mano il giornalismo e condurlo ad uno stadio superiormente qualitativo, ponendo una soluzione ad un vero e proprio far west, dove ognuno con autodidattismo sceglie modelli di riferimento (non sempre buoni) , e dove basta un microfono a far sentire dilettanti onnipotenti. No, il giornalismo non è autoconsacrazione ed esaltazione e ciò vale anche per i navigati. piuttosto un servizio umile reso al cittadino per dare un’informazione chiara, esaustiva ed accessibile a tutti. Un obiettivo, un’ambizione, un’attività seriamente complicata cui infondere coscienza e professionalità. La riunione è nata dall’esigenza di ripristinare all’interno del giornalismo agrigentino le regole basilari di un mestiere vecchio. Vecchio per i suoi immutati prinicipi deontologici, nuovo per il costante progresso della tecnologia e la parallela trasformazione del comunicare. Nell’ultimo decennio, nelle redazioni (siti web, tv, radio e carta stampata) della provincia , si va affermando la tendenza del “fai da te” che inevitabilmente porta ad infrangere fondamentali regole e criteri. La prima mossa per riprendere in mano la situazione è stata quella di istituire un “Coordinamento” – Osservatorio composto da una decina di componenti con il compito di valutare infrazioni e “criminalità” commesse da quanti operino in tale settore. Un organismo che auspico/auspichiamo possa migliorare un quadro di disfattismo e misfattismo totale, dove il giornalista fa il pubblicitario- estorsore, dove chi ha incarichi di uffici stampa pro-tempore scrive dell’evento sulle proprie testate. Ma qual è il ruolo del giornalista? Una domanda di fronte la quale ci si sente apparentemente preparati. Il docente Sergio Lepri suggerisce preziose indicazioni in tal senso, descrivendo il giornalismo una missione che richiede fiuto, spiccata sensibilità ed intuito. Ad Agrigento questi elementi non vengono tenuti nella giusta considerazione. In altre parole l’accesso alle redazioni non risulta regolamentato con la conseguenza che tutti posso entrarvi, indipendentemente dalle competenze , capacità ed effettive potenzialità. Giornalismo, ricorda Lepri, è anche scoperta, ricerca e mediazione della informazione da destinare ad un preciso lettore, non elemento indistinto di una massa informe, ma che abbia un volto ed una capacità di valutare le notizie. E’ pur vero che oggi, l’esercito di collaboratori (di cui faccio parte) è fortemente demotivato e per nulla incentivato dalla situazione economico- giuridica in cui si trova. (Incrociamo le dita, non le braccia ed anadiamo avanti guardando a tempi migliori). Ad ogni modo sono stati dimenticati principi professionali e morali, rendendosi agli occhi del cittadino-lettore ”massai”, “reggimicrofono”, “zerbino” nei confronti dell’editore, del potente di turno, perdendo in termini di credibilità ed immagine. Per questo e per tanti altri motivi si rende necessaria una svolta, una presa di coscienza , una collaborazione sinergica, un cambiamento esterno ma soprattutto “interiore”, di chi per caso o per passione oggi si ritrova a firmare pezzi, mettendoci come dico sempre la FACCIA!
Tutto scorre…troppo velocemente : ALT!
La tecnologia informatica è protagonista di un processo evolutivo impressionante , difficilmente controllabile persino ai “competitors” mondiali. Ciò che comunque risulta regolabile è l’atteggiamento prestato all’applicazione ed uso della tecnologia. Da quando esistono i computer siamo diventati spettatori di una trasformazione che ha stravolto la vita privata\pubblica e quella relativa alla comunicazione\relazione con gli altri attraverso un allargamento dei canali di comunicazione e degli spazi disponibili. Tutto cambia alla velocità della luce. Vi sembrerà un’esagerazione ma chi può negare la rapidità dei processi d’invecchiamento relativi a beni e servizi, dove l’ultimo modello è veramente ultimo per poche settimane? Mi auguro che lo stesso ragionamento non venga esteso ai sentimenti, anche se la volubilità dei rapporti interpersonali è sempre più reale e diffusa, pur non volendo attribuire profonda complicità all’era della informatizzazione. L’amicizia ed ancor più l’amore perdono i valori di stabilità per diventare fugaci come una “conversazione”. Ma è veramente così? Su quest ultimo punto ritorneremo con un apposito intervento dell’esperto. Tornando all’evoluzione informatica credo non ci sia nulla di sbagliato nella convinzione che tenersi aggiornati sia un diritto oltre che un piacere; il problema nasce quando si diventa succubi di una tendenza esterna e globalizzata, annullando la capacità di discernimento e quell’ attenta vigilanza. La celere modificazione dei mercati, della vita sociale e professionale abbinata all’evoluzione tecnologica, procura entusiasmo, voglia di abbandonarsi a quel vortice progressistico per non rimanere nell’obsoleto, nel “superato”. Ma credo sia giusto fermarsi un attimo e ricordare almeno due emozioni negative incluse in tale processo: l’ incertezza per l’impossibilità di prevedere quale sia la destinazione di un mondo fortemente dinamico e la paura che ad una destinazione non si arrivi mai. Sociologi, mass mediologi e filosofi contemporanei non si stancano di ripetere come gli eventi siano composti da fasi e processi in un rapporto di causalità circolare piuttosto che in una sequenza definita e ragionata. Siamo in una fase che io personalmente definisco “sistema aperto” dove tutto è possibile, esplorabile. Ed aprendosi completamente al nuovo c’è il rischio che dalla tecnologia assieme al bene arrivi anche il male. Non tutto ciò che è informatico è buono, è positivo. L’obiettivo di questa riflessione è quello di indurre ad una vita virtuale più consapevole. Se è vero che il computer fa parte della nostra vita, non dobbiamo permettere che la cannibalizzi. Senza dimenticare che il rapporto faccia a faccia, o la percezione di una emozione nella vita concreta non saranno mai all’altezza di una chat su “Facebook”, compresi quelle i cui utenti abbiano centinaia di migliaia di amici. La condivisione di un abbraccio, una parola di conforto pronunciata a pochi passi dall’altro sono valori che nessuna scoperta avanguardistica potrà superare.
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